Un team di scienziati, guidato dall'astrobiologo Dimitra Atri, ha pubblicato i risultati delle simulazioni sulla rivista Monthly Notices della Royal Astronomical Society.

L'esopianeta fu individuato da un team internazionale, guidato da Guillem Anglada-Escudé della Queen Mary University di Londra.
I primi dati suggerivano che è quasi sicuramente roccioso ed è 1,3 volte più massiccio della Terra; orbita attorno alla sua stella madre, una nana rossa, ad una distanza di 7,5 milioni di chilometri (cioè molto più vicino di Mercurio rispetto al Sole) ogni 11,2 giorni terrestri.

Inoltre, Proxima b è probabilmente in rotazione sincrona, ossia mostra sempre la stessa faccia a Proxima Centauri ma si trova nel bel mezzo della fascia abitabile, cioè alla giusta distanza dalla stella perché possa esistere acqua allo stato liquido sulla sua superficie.
Il primo aspetto, un tempo considerato sfavorevole alla vita, oggi sembra non essere un problema perché alcuni studi suggeriscono che nei mondi in rotazione sincrona i venti potrebbero distribuire il calore mitigando le temperature estreme, troppo calde o troppo fredde dei due emisferi. E se questo pianeta fosse davvero abitabile, la vita avrebbe tutto il tempo di evolversi perché le nane rosse rimangono stabili per per centinaia di miliardi di anni, a differenza di stelle come il Sole che muoiono dopo 10 miliardi di anni o giù di lì. Eppure, nonostante i dati sembrino promettenti, Proxima b potrebbe non essere così ospitale: non conoscendo l'esistenza o meno di un campo magnetico protettivo, il pianeta potrebbe sperimentare una bella dose di raggi ultravioletti e raggi X ad alta energia proveniente dai frequenti e potenti brillamenti emessi dalla stella.

Quindi per valutare se il pianeta sia o meno in grado di sostenere la vita, il team ha dovuto tener conto di tre fattori principali nelle simulazioni: il tipo e la dimensione dei brillamenti stellari, i diversi spessori di un'eventuale atmosfera e la forza del campo magnetico.
I modelli hanno mostrato che se Proxima b avesse una spessa atmosfera o un campo magnetico simile a quello terrestre, potrebbe ospitare la vita.

Modelling stellar proton event-induced particle radiation dose on close-in exoplanets [abstract]

Kepler observations have uncovered the existence of a large number of close-in exoplanets and serendipitously of stellar superflares with emissions several orders of magnitude higher than those observed on the Sun. The interaction between the two and their implications on planetary habitability are of great interest to the community. Stellar proton events (SPEs) interact with planetary atmospheres, generate secondary particles and increase the radiation dose on the surface. This effect is amplified for close-in exoplanets and can be a serious threat to potential planetary life. Monte Carlo simulations are used to model the SPE-induced particle radiation dose on the surface of such exoplanets. The results show a wide range of surface radiation doses on planets in close-in configurations with varying atmospheric column depths, magnetic moments and orbital radii. It can be concluded that for close-in exoplanets with sizable atmospheres and magnetospheres, the radiation dose contributed by stellar superflares may not be high enough to sterilize a planet (for life as we know it) but can result in frequent extinction level events. In light of recent reports, the interaction of hard-spectrum SPEs with the atmosphere of Proxima Centauri b is modelled and their implications on its habitability are discussed.